 |
| Una strada di Yangon |
angon a marzo è una torrida fucina di uomini e cose. Le strade asfaltate cedono spesso alla terra riarsa, i marciapiedi sono trappole disseminate di buche, aperte su torbide fogne. Yangon a marzo è popolata da uomini che la ratoppano, colmano buche, restaurano case, raddrizzano panche, riparano camion vecchi e polverosi. C'è nell'aria una calma laboriosa, senza progetti, un tirare avanti tenendosi occupati. Con ogni probabilità le stesse persone rompono e aggiustano le stesse cose, senza posa.
Così la mattina ha il ritmo lento del ferro battuto, raddrizzato, piantato nel terreno; la nenia dolce della venditrice che passa vantando i cibi che porta sulla testa, in un cesto. I marciapiedi delle strade principali sono larghi e spaziosi, invasi dai mercati e dai tavolini dei ristoranti, aureolati da sgabelli di plastica bassi in modo singolare. Sulla strada le auto non sono molte ma si fanno sentire: sgasano, urlano roche. Non è per prepotenza (tratto che sembra sconosciuto ai birmani): è che sono auto vecchie, motori sfiniti, se non tieni pigiato l'acceleratore si spengono.
 |
| La Shwedagon Paya |
Mano a mano che il tempo corre il caldo aumenta, nel primo pomeriggio la cappa è insopportabile e costringe i viventi alla resa. Nelle pagode, ai mercati, in androni sporchi e polverosi, la gente si stende esausta all'ombra. La sofferenza indotta dal clima - ma più spesso ancora dalla miseria, dalla magrezza, dalla poca disponibilità d'acqua - è esposta così al pubblico, diventa cosa publica, condivisa.
Le pagode sono a volte enormi, ospitano monaci e fedeli, turisti e intere famiglie. È interessante notare che in ogni pagoda - piccola o grande che sia - non mancano mai grandi orologi. Segno che questi luoghi sacri sono molto vissuti, spesso da intere famiglie che vi restano mezzo pomeriggio e hanno bisogno di sapere che ore sono. I riti religiosi scandscono, per quasi tutti, i ritmi della giornata.
 |
| Dentro le pagode |
Dentro le pagode più grandi, come la splendida Shwedagon Paya, in stanze ombrose e fresche, i bambini si divertono con semplici giochi d'abilità, che poi sono anche stratagemmi per cavare qualche soldo dalle tasche dei fedeli. Per 100 kyat, 10 centesimi di euro, si compra un piattino pieno di banconote appallottolate, da lanciare nei piatti votivi. Più centri fai e più sei bravo, ma i soldi finiscono comunque alla pagoda. Qui la religione è del resto una cosa seria, una delle poche consolazioni che c'è. E' oppio dei popoli, di un popolo misero per di più, che di oppio avrebbe assai bisogno ma che non ha i soldi per comprarselo.
Vicino alle pagode c'è spazio per altri edifici religiosi. Nel centro di Yangon la Sule Paya, una delle principali, ha come dirimpettaia una moschea. Un ponte le divide. I musulmani non sono amati. Si sentono frasi come: "Non fidarti di quelli con la barba, non è gente di qui, vengono da fuori". Ma in Birmania quasi tutti vengono da fuori: dal Nepal, dall'India, dalla Cina. In più ci sono decine di etnie: i Karen e gli Shan, impegnati in una guerriglia contro il governo centrale; gli antichi Mon; gli isolati Chin. I militari, che da vent'anni impongono un regime durissimo, sfruttano al massimo queste divisioni. Cacciano gli Shan fin oltre il confine con la Tailandia; costringono i Karen a rintanarsi nelle foreste e pregare il loro Dio (buona parte dei Karen è cristiana).
 |
| Prodotti per ingrassare |
Nelle città come Yangon il regime quasi non si vede. Pochi birmani hanno voglia di parlare di politica: solo qualche monaco protesta, composto e rassegnato, da buon buddista. I prezzi raddoppiano ogni anno, nelle case manca elettricità, l'acqua è torbida. Ma i birmani sembrano sopportare tutto. Sognano l'occidente senza saper bene cosa sia, o anche solo dove sia. Giornali e televisioni sono di regime, i libri in vendita sono quasi solo religiosi: il governo mantiene tutti in un limbo d'ignoranza. Così tutto sembra immutato, fermo a decine di anni fa. Nel 1934 George Orwell pubblicò Giorni birmani. E'un romanzo ambientato in Birmania, dove Orwell aveva vissuto per molti anni. Uno dei personaggi si chiama U Po Kyin, è una persona di umili origini diventato potente magistrato. Passa le giornate a fare due cose: rovinare i suoi nemici e mangiare. "Era orgoglioso della propria grassezza, perché vedeva la carne che gli si era accumulata addosso come il simbolo della propria grandezza. Egli era stato, un tempo, oscuro e affamato. Ma adesso era grasso, ricco e temuto. S'era nutrito dei corpi dei suoi nemici".
Oggi nelle farmacie birmane vendono prodotti ingrassanti. Lo slogan potrebbe essere (e forse è): "Aumentate l'appetito dei vostri bambini, fateli diventare grassi e potenti". Forse resta questo l'unico sogno concesso ai birmani: diventare floridi e gassi, proprio come i ricchi occidentali. O come i potenti birmani che si nutrivano, e si nutrono, dei loro nemici.
[ ]
|
| | |