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| Sulla strada del trekking |
ppoggiata a una valle, circondata da basse montagne, Kalaw è una cittadina tranquilla a poche ore dal lago Inle. Fino al 1948, quando la Birmania era colonia inglese, era un'apprezzata città di villeggiatura. Oggi se ne sono appropriati i militari: c'è un'importante scuola per allievi ufficiali; ovunque spuntano campi, accademie, abitazioni di generali.
Tutt'intorno, a poche ore di cammino, c'è invece una gran quantità di villaggi indigeni. Piccoli aggregati umani, dove abitano cento o duecento persone, di varie etnie: Pa-o, Daung e Palaung. Tutti sottogruppi dell'etnia dominante da queste parti, quella Shan. Ciascun villaggio - o ciascuna tribù come dicono qui - conserva ritmi e leggi non molto diverse da quelle che ne governavano l'esistenza secoli fa.
Le case sono di legno, con tetti d'alluminio ricoperto da paglia e frasche. Sono rialzate rispetto al terreno, quasi come palafitte, per difendersi dalle inondazioni ricorrenti nella stagione umida. Esistono ancora, ma sono poche, le tradizionali case in comune: strutture oblunghe in cui convivono diverse famiglie, legate da legami di parentela. Ciascuna ha a sua disposizione una piccola cucina, pagliericci per dormire, una dispensa. Le sale da pranzo sono allineate lungo il corridoio, il bagno è all'esterno.
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| Una casa in comune nel villaggio di Terway |
Nessuno sta senza far niente, in questi villaggi. La principale fonte di reddito è la coltivazione di foglie da the, che è molto impegnativa. Le foglie vanno selezionate (solo quelle piccole sono buone), poi pulite, nuovamente setacciate, riscaldate in un forno, seccate al sole. Il prodotto finale si vende al mercato di Kalaw, che c'è ogni cinque giorni. Qui gli abitanti dei villaggi portano anche verdura, frutta, cibi vari, prodotti artigianali. Nei giorni di mercato la gente dei villaggi si sveglia presto, perché Kalaw è lontana chilometri e bisogna arrivarci a piedi. I villaggi si svuotano, eccezion fatta per i bambini piccoli, i vecchi e le donne incinte.
Lungo la strada sterrata che collega i vari villaggi s'incontra gente affannata in altri mestieri. Ci sono i portatori di teak, con chili di legno sulle spalle. Il trasporto del teak tradizionalmente è affidato agli elefanti, ma qui le strade sono troppo strette e così gli uomini s'ingegnano in questo modo. Si caricano in spalla quanti più tronchi possono, poi si mettono in cammino per Kalaw. Tra le foreste di teak e la città ci sono 3 o 4 ore di cammino. In un giorno i più forti riescono a fare il percorso (andata e ritorno) un paio di volte. Guadagnano ogni giorno 2000 kyat, due euro. Poi ci sono i contadini, che s'affannano nei campi terrazzati e - a marzo - aridi. Si coltiva fin dai 9 o 10 anni. Nella stagione secca alcuni contadini cercano di deviare le tubature dell'acqua potabile, o le bucano deliberatamente, per migliorare il raccolto. È illegale, ovviamente, ma in questi casi il controllo del governo è scarso.
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| Una portatrice lungo la via per Kalaw |
Queste tribù hanno le loro regole e le loro leggi. Chi le infrange risponde al capo del villaggio, non certo al potere centrale. Che si limita a controlli superficiali: di tanto in tanto si vedono militari o poliziotti aggirarsi per i villaggi, scambiare due parole con gli abitanti. In che lingua non si sa: tra il birmano e l'idioma parlato - per esempio - da un Pa-o c'è poco in comune.
Anche George, la guida, che pure è abituato a visitare i villaggi e conosce quasi tutti, conosce solo poche parole di queste lingue indigene. George è un ragazzo di 35 anni, basso, con capelli lunghi raccolti in una coda, ma stempiato in fronte. Ha la carnagione molto scura, perché è d'origine indiana ("mio nonno è venuto in Birmania dal Rajastan"). Racconta come questo gli provochi problemi continui con le forze dell'ordine: "Spesso mi fermano e mi chiedono i documenti. È per il mio aspetto, si vede che non ho origini birmane. I militari qui fanno quel che vogliono. Loro e la polizia, non so chi sia peggio".
A Kalaw gli indiani non sono molti. C'è però una numerosa comunità nepalese e George ha un sacco di amici nepalesi. Detesta, al contrario, i cinesi, che descrive come ricchi e privilegiati. "Loro, con i soldi che hanno, possono anche uscire dal paese. Basta pagare per avere i documenti giusti".
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| Bambini che ballano in un villaggio |
I poveri invece non possono uscire dal paese, almeno senza violare la legge, diventare clandestini. Sono molti i birmani che lasciano il paese illegalmente: vanno in Malesia, in Tailandia, a Singapore. "Tante ragazze di qui - spiega George - vanno in Tailandia: per loro è conveniente perché possono superare la frontiera via terra. Costa meno. Certo, ci sono dei rischi, perché le zone di confine sono anche zone di guerriglia". E poi secondo George c'è un altro problema: le ragazze che in Tailandia ci arrivano "finiscono male". Cioè diventano prostitute.
George chiama la Birmania col nome tradizionale ("Burma", non "Myanmar") e dice anche Rangoon anziché Yangon (il nome nuovo della capitale). Il governo ha rivoluzionato la toponomastica da anni, ma a lui questi cambiamenti non piacciono. E non gli piacciono i militari: appena può fa notare le costruzioni moderne che ospitano i cadetti, o le ville riservate agli ufficiali. Il contrasto con le povere case dei villaggi, ma anche della gente di Kalaw, è stridente.
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