I taxi di Mandalay
Gli strani taxi di Mandalay
ppena metti piede a Mandalay senti ronzare mille pick-up. Piccoli e spetazzanti, con quell'enorme parte posteriore piena di buone intenzioni, ma scarsa di spazio. Sono tantissimi, blu, di marca Mazda, quindi giapponesi. "Qui era tutto giapponese una volta. Ora invece compriamo dalla Cina. Costa meno ma fa tutto schifo". L'economia globale spiegata da uno dei ragazzi che guida un pick-up. Resterà senza nome, ha vent'anni, un sorriso furbo, gioca a pallone e a volte si presenta sudatissimo: ha appena perso.

Mandalay è la seconda città della Birmania per dimensioni e importanza. E' fatta di oro e polvere, sacro e profano, case basse e maestosi Buddha. Ma non è una città che vive nel passato: per molti versi è oggi la più dinamica città in Birmania. Anche se a queste latitudini il concetto di dinamismo va decisamente ricalibrato. Costruita attorno al Mandalay Fort - una fortezza quadrata circondata da profondi fossati, lunghi 2 km per lato) - era capitale voluta dall'ultimo vero re birmano, Mindon ("vero" re perché a lui succedette il figlio, Thibaw, un paranoico che uccise la maggior parte dei suoi parenti prima di soccombere agli inglesi, nel 1885). Dentro il forte allora sorgeva il meraviglioso palazzo real: entrambi bruciarono alla fine della seconda guerra mondiale. Il nuovo governo ha pensato bene di avviare una brutta ricostruzione, in pietra e metallo verniciato, una specie di modellino 1:1 dell'originale.

Una maschera sulla Mandalay hill
Una maschera sulla Mandalay hill
Non lontano dal forte, a nord del centro, c'è la Mandalay hill, in qualche modo l'epitome della città (e della Birmania tutta). Fianco a fianco, per tutti i 236 metri della collina, ci sono altari e catapecchie, luoghi sacri e povere donne che lavano i panni. Qualcuno fa la carità, altri s'improvvisano guide, dovunque sbucano militari occhiuti, che tengono d'occhio i locali. Se qualche birmano parla con un occidentale, presto è affiancato da qualcuno in divisa. Inutile qui chiedere opinioni sul governo: nessuno parla. Alla sommità della collina, dopo un migliaio di gradini, il panorama è grandioso.

Ai piedi della collina fioriscono templi e monasteri. Mandalay è una città assai giovane: ha appena un secolo e mezzo. La devozione concretizzata negli edifici sacri è quindi recente, e ancor più impressionante. Nella Kuthodaw paya, ad esempio, 729 piccoli stupa bianchi custodiscono altrettante tavole di marmo, che contengono l'intero canone buddista. Qualcuno l'ha ribattezzata Il libro più grande del mondo, e la definizione calza alla perfezione.

Il Buddha della Mahamuni paya
Il Buddha della Mahamuni paya
Dall'altra parte della città, a sud, si trova invece una delle più famose statue di Buddha, detta Mahamuni. Si dice che abbia virtù miracolose, e i birmani di certo lo credono, se da anni applicano sulla sua superficie piccole lamine d'oro (la cosiddetta foglia d'oro). Alcune foto mostrano com'era la statua solo venti o trent'anni fa. A furia di appiccicarci oro, s'è formata una spessa coltre dorata spessa non meno di 15 centimetri. S'intende che la statua è sotto il vigile occhio d'un militare. Che si distrae solo per attaccare anch'egli foglia d'oro, o per impedire alle donne occidentali d'avvicinarsi (alle donne è severamente vietato: le birmane neanche ci provano).

Di sera la città è animata, almeno più di Yangon. Diversi mercati chiudono alle 11. Tutt'intorno la gente si raccoglie, compra e mangia in banchetti o tavoli improvvisati.
Partita notturna a calcio
Partita notturna a calcio
Molto del cibo è cinese: qui c'è una comunità cinese molto folta. Si centa con un euro, due a esagerare. Spiedini di pesce alla griglia, involtini primavera, altri cibi meno perscrutabili. Ma appena cala la sera, soprattutto, la città è restituita ai ragazzi, spesso assai giovani, che si riversano per la strada a inventarsi giochi. Così, mentre una bancarella chiude, sotto la luce incerta d'un lampione si animano sfide di calcio. Quattro per squadra, per pali qualche straccio, si gioca finché ce n'è e poi tutti a nanna. Domani è un altro giorno, un'altra sfida. [Avanti]