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| Al lavoro in una cartiera sul lago |
ur malato di turismo, disseminato di pseudo laboratori artigiani famelici di clienti, il lago Inle ha comunque molto d'autentico. È come un mondo a parte, un enorme specchio d'acqua tramato di canali, punteggiato di coltivazioni di riso o pomodori, dominato da edifici sacri. Un mondo in cui s'affannano migliaia di persone che pescano, arano, confezionano sigari, portano a spasso i turisti, vivono.
Il lago Inle è lungo 22 chilometri e largo 10. Ci vivono, dicono le fonti ufficiali, 150 mila persone: molte delle quali in un perenne, fluttuante nomadismo. Ma chi può emigra, per lo più verso Mandalay: questa è anche una delle zone più misere del paese. Il lago s'insinua nell'altopiano dello stato Shan, uno dei più importanti della Birmania. Ma anche dei più irrequieti: da decenni l'Ssa (Shan state army) ha dichiarato guerra al potere centrale per ottenere l'indipendenza. Nel 1989 tra Ssa e giunta militare è stato firmato un armistizio, ma è servito a poco. Anzi, ultimamente i militari hanno scatenato un'offensiva molto intensa, che ha provocato pesanti incidenti diplomatici con la Tailandia (l'esercito birmano spesso varca il confine per dar la cacia ai ribelli).
Nella stagione calda e secca (da febbraio a maggio), le acque del lago diventano molto basse. Al punto che le barche che le solcano devono stare attente a non incagliarsi, specie se sono a motore. Le imbarcazioni tradizionali di qui sono eleganti lance di legno, lunghe 4 metri o poco più, con una grande rete per la pesca, a forma di cono, sistemata sulla coda. I barcaioli remano con una tecnica particolare, uncinando il remo con la caviglia, così da riposare le braccia. Su quelle piccole barche ci passano tutto il giorno: s'accucciano a un'estremità, fumano un sigaro dietro l'altro e aspettano che qualcosa accada. Poi si alzano, con gesti lenti prendono la rete e la immergono in un tratto pescoso del lago. Attendono qualche secondo, poi prendono una fiocina, la introducono nella rete e cercano d'infilzare qualche pesce.
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| Il classico stile dei barcaioli: si aiutano col piede |
Altri barcaoli fanno i trasportatori: caricano la loro imbarcazione d'erba, di concime, di bambù e li portano da un villaggetto all'altro. Questi villaggi hanno un centinaio di case costruite a palafitta. Nelle ore più calde le verande sono ingombre di gente seduta o sdraiata in un fazzoletto d'ombra. Anche qui, come quasi ovunque nei Tropici, da mezzogiorno alle tre nessuno fa nulla o quasi. Gli stranieri - per poco convincenti ragioni di sicurezza - su queste barche a remi non possono salire: a loro toccano quelle a motore. Dicono che qualche anno fa siano annegati dei turisti, e che da allora il governo ha deciso così. Sarà anche vero, ma è sicura una cosa: i militari cercano di limitare al massimo il contatto tra gli stranieri e i birmani. Rapporti troppo stretti tra turisti e locali infastidicono due volte la giunta: perché aprono gli occhi ai locali e perché mostrano ai turisti il volto autentico del popolo birmano. Che non è certo quello sorridente e sempre lieto propagandato dal regime.
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| Il mercato fluttuante del lago |
In uno dei mille canali del lago si apre un mercato galleggiante. Decine di canoe piene di merce fluttuano mentre i venditori cercano di abbordare le imbarcazioni degli stranieri. Si allungano, strepitano, mostrano gli oggetti, usano parole italiane con gli italiani, francesi con i francesi.
Tutt'intorno al lago ci sono edifici religiosi: monasteri e pagode, stupa isolati e buddha dorati. Il tempio più importante si chiama Phaung Daw U e ospita cinque immagini sacre del Buddha. Sono cinque piccole statue, si dice molto antiche. Di sicuro sono state ricoperte da uno strato tanto spesso di foglia d'oro da risultare quasi irriconoscibli. Più che Buddha ormai Sembrano pesi per bilance. Tra settembre e ottobre, in una cerimonia religiosa tra le più importanti del paese, quattro di queste cinque statue sono trasportate per il lago, seguite da migliaia di monaci e fedeli. La quinta resta nel tempio, per "custodirlo". Si racconta una leggenda interessante in merito: in origine tutte e cinque queste statue erano trasportate in giro. Poi, molti anni fa (come in tutte le leggende una datazione precisa è difficile), la barca che portava le immagini si rovesciò. Nonostante ogni sforzo, solo quattro delle statue furono recuperate. Monaci e fedeli, disperati ma rassegnati, tornarono al tempio. E lì trovarono - miracolosamente - la quinta statuetta. Il segno fu interpretato come la volontà delll'icona di restare a Phaung Daw U.
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| E finalmente i gatti saltarono... |
Un altro monastero noto è quello dei gatti saltanti. Si dice che da secoli i monaci addestrino i gatti a saltare dentro un cerchio. Quello tra gatti e monaci è un binomio interessante: ogni pagoda è piena di felini, di solito riveriti quasi fossero animali sacri. Probabilmente sono solo una buona compagnia. O forse l'indole pigra e meditabonda dei gatti si sposa bene con il buddhismo. Al monastero, comunque, grossi felini oziosi accolgono il visitatore sdraiati su un bel pavimento decorato. Accanto - altrettanto oziosi, ugualmente sdraiati - stanno i monaci. Su richiesta, un monaco (il più giovane) si alza, prende del cibo per i gatti e li invita a saltare nel cerchio. Qualche felino allora si alza, caracolla un po', annusa il cibo e si decide a saltare. Una, due, tre volte, non di più. Fa troppo caldo e poi c'è ancora molto da meditare.
Di sera i canali continuano a essere solcati da barche, senza luci. Giovani birmani escono dai bar delle citadine affacciate sul lago, salgono sulla loro lancia, salutano gli amici e cominciano a remare nel buio. Chissà se ce la faranno a tornare a casa.
Per strada la scena si ripete, nelle vie strette è un viavai di biciclette, risciò, qualche auto. Quasi nessuno usa le luci (solo i veicoli a motore, e non tutti): i più si affidano ai suoni, a quell'acuto scampanellare che continuerà tutta la notte.
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