Himnar
Non esisteva in lui l’universo, non la terra,
non chi gli stesse attorno, solo Himnar, ed il suo nome.
Il fuoco freddo, parole messe assieme da sua madre, per
far capire agli altri viventi cosa avessero vicino. Un fuoco,
la potenza base, ma lontana. Evidente, spaventosa, ma tanto
distante che in realtà ogni paura scemava fin quasi a spegnersi
del tutto. Quasi, ovviamente: era pur sempre un qualcosa che non
riuscivano a comprendere, i potenti, i deboli, gli stupidi ed i saggi.
Non era mai armato, oppure sì? Ancora non l’aveva capito nessuno.
C’era caccia sullo strascico del suo tempo, caccia e violenza, un
passato sempre dimenticato, ed un futuro inesistente. Si, era armato,
e non gli importava, perché la sua corta spada sventolava fuori dal
mantello solo quando era necessario, ed in ogni altro momento anche
lui se ne dimenticava: a differenza degli altri abitanti della cittadina,
però, non ne aveva paura. Lo lasciarono andare, nessuno gli parlò, neppure
la madre, neppure il padre, quando cominciò a dirigersi verso… secondo loro
verso il Nalef, a nord. In realtà non stava andando da nessuna parte,
semplicemente andava, in ogni caso non faceva nessuna differenza. Quante
bestie uccise, dimenticandosene senza preoccupazioni mentre puliva la spada…
in realtà non se ne dimenticava: ne aveva una piena coscienza, e non ci
pensava più, tutto qui. Aggirò il Nalef ad ovest, e si addormentò sulla
Montagna Del Palen .Al risveglio guardò il cielo ed il suolo, e gli apparvero
sorprendenti, il che era un male, perché se qualcosa esiste, esiste, e non c’è
alcunché di sconcertante. Comprese allora di dover combattere, perché ne sentiva
il bisogno, perché il suo corpo s’era indebolito, e così la sua serenità, e non
poteva, in quel momento, accettare concetti per lui naturali come l’insensatezza
dell’esistenza: dovette dare un significato, ed illudersi, finché non si fosse
risanato di quella spossatezza. Qualcuno sostiene che la sua brutalità si fosse
risvegliata quando due fiere dello Scuro Nemico uccisero una fanciulla che pensano
fosse la sua amata, ma sono gli stessi che credono di vedere un tormento continuo
nel suo cuore, come, invero, visse poi il Rantomar, ma non è affatto così, io ve lo
posso assicurare, e se non volete credermi, non credo che questa notte vedrò orride
forme di dolore invadermi i sogni. No: nella sua mente non esisteva amore, né tampoco
odio. Provava piacere nel parlare quella giovane, che aveva scoperto venir dalla sua
stessa cittadina, e provava lo stesso piacere nello sfiorarne la pelle, e provava lo
stesso piacere nel dormire o nel mangiare o nel combattere senza regole, lo stesso
identico piacere. Uccise le due creature, e tante altre dopo di loro, finché da una
di esse non venne a sua volta ucciso, mentre, senza accorgersene, era riuscito ad
entrare a Motern, ed il Damenal, e la sua città, e tutti coloro che l’avevano visto
crescere e diventare sempre più pericoloso per loro e sempre più distante erano morti
in fondo al mare. Senza inizio e senza fine fu l’Himnar. L’Himnar non fu.
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