IL RITORNO DALLA SVIZZERA
“Ma scusa, in ritorno salite diventa discese”.
Io e Mika stavamo discutendo su come tornare a Milano. Io avrei voluto prendere il treno, lui
tornare in “moto”: tutti e due, s’intende. Poi lui se n’era uscito con questa perla di saggezza,
questo haiku, questo apocrifo eracliteo. E io mi ero fatto convincere subito, e mi ero accomodato
sull’impossibile sellino dello scooter. Ovviamente era vero anche il contrario, ossia che tutte le
discese diventano salite, al ritorno; ma perché perdersi in questi dettagli?
Ci mettemmo sensibilmente meno, al ritorno: non erano nemmeno le nove di sera che già Milano ci
salutava di lontano, con un luna park di luci intense e stolide. Dissi a Mika di lasciarmi ad una
metropolitana qualsiasi, inutile rischiare una multa. Quando scesi trovai rassicurante il contatto
dei piedi con l’asfalto. Allungai muscoli e tendini dolenti, respirai a fondo l’aria pesante
d’inquinamento, ma finalmente ferma. Poi mi volsi a cercare Mika, che in silenzio se n’era già
andato, svanito come un matto sogno, ed era poco più che un piccolo punto danzante sull’orizzonte.
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LA CUGINA TATIANA
Mi alzai per andarmene, esitante e stordito da una situazione che non riuscivo a interpretare
appieno. Subito dopo suonò il campanello, Mika mi passò a fianco con la grazia di un terremoto e
aprì la porta. Sulla soglia c’era una ragazza, che lui salutò con calore.
Dopo un secondo d’imbarazzo, Mika ci presentò: "Carlo, mio cugino". Io non negai: mi sentivo come
Alice in una terra misteriosa e intrigante in cui potevo improvvisamente diventare il cugino di
Mika, così, senza particolari ragioni. Rimasi quasi deluso quando la ragazza, con un accento solo
vagamente slavo, spiegò: “Vuol dire che io sono sua cugina. Mi chiamo Tatiana, ciao”.
Le porsi una mano incerta, masticai un “Piacere” e scivolai fuori con una fretta improvvisa.
Tatiana – una trentina d’anni ad occhio, alta, dalla carnagione molto chiara, piuttosto magra ma
con evidenti segni di salute sulle guance floride e imporporate, nelle forme piene di fianchi e
seni, nella dolce, bianca curva del sorriso – era la più bella ragazza che avessi mai visto.
La quinta quel mese.
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