STAZIONE
Trema la vecchia sconfitta
dalla vita
tremano le mani con una sigaretta
tra le dita.
Il tempo non passa per
il marocchino
riverso a terra tra i rifiuti
col vino.
Si sente vociare e non si
riesce a capire
il freddo è solitudine
che gela le ire.
Barboni che frugano in sacchetti
che son cene
volti, colori, razze diverse
per identiche pene.
Io guardo colpito
e non sono sereno
mentre pregusto il viaggio
aspettando il mio treno.
Per sapere di noi
si aspetti in stazione,
la vita normale sta
in altri vagoni.
Qui, in questi antri,
c’è dolore diobuono!
C’è follia che graffia il cielo
e il buco dell’ozono.
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VIANDANTE
Ora il viandante è di nuovo sulla strada.
Ammira rapito la musica e gli odori,
ascolta coinvolto le nuvole e i rumori.
Vagabondo senza fine esiste solo
perché vi è in lui tensione.
Il presente non lo appaga, l’essente lui rifiuta,
preferisce gironzolare ad una vita muta.
Non c’è soddisfazione, consuma le sue suole,
mortifica i suoi piedi in continua peregrinazione.
Un giorno, assorto, contempla l’amore:
dubbioso prende un treno
perché non riesce trattenere
gli sguardi che lo fermano, le ore e i sentimenti,
i sorrisi che compenetrano ed i ripensamenti.
E’ proprio ‘sta tensione che non lo fa fermare;
è il viaggio e non la meta il suo vagabondare.
Non c’è definizione ma solo verità.
Lui viene, vive e fugge: è tutto libertà.
E se qualcuno certo lo accusa di anarchia
gli risponderà lesto: "E’ questa la mia via!".
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4.00 A. M.
Scriverò una poesia
nell’attesa che ci sia
arte migliore da fare
che non aspettare il dormire.
Penserò quieto
senza impegno alcuno
ad un’alba intrisa
di tutti e nessuno.
Scenderà pace
e silenzio sarà,
l’oblio del sogno
mi pervaderà.
Il tempo sfumato
non avrà futuro
il ticchettio che non smette
non sarà più duro.
E via a consolarsi
con frasi già dette
e via a consumarsi
e tirare le sette
cercando una forma
di mattoni, strofe e rime;
geometrie azzardate,
sensazioni divine.
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